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Cruore
L'incipit

Capitolo 1

La luce di una calda giornata di giugno attraversa la finestra della camera da letto immergendomi nel suo bagliore mentre, avvolta nell’accappatoio umido e profumato, osservo il panorama tranquillo e placido del lago. Fuori, il fremito delle cicale interrompe un silenzio quasi innaturale.

Questo idillio, purtroppo, svanirà velocemente quando frotte di rumorosi turisti, per lo più tedeschi, si riverseranno sulle sponde del lago e gli schiamazzi dei bambini riempiranno l’aria.

Osservare la natura di primo mattino, dopo la doccia e una corroborante colazione, è diventato un rito da quando mi sono trasferita in questo piccolo ma grazioso appartamento all’estremità di Riva del Garda.

I primi tempi, dopo il mio arrivo, alloggiai in una camera d’albergo a ridosso del commissariato: mi fu messa a disposizione direttamente dalla Polizia di Stato per agevolare il mio trasferimento.

Trascorsi lì solo qualche settimana, poi il desiderio di godere di una maggiore intimità, mi convinse ad affittare un appartamento più appartato e mi spostai qui.

Da allora sono trascorsi quattro anni, riempiti soprattutto da incarichi noiosi, pattugliamenti di routine e indagini su piccoli furtarelli che sono sempre approdati a poco o a nulla.

Nei primi tempi, i pochi agenti locali, per nulla intimoriti dal nuovo responsabile, mi raccontavano di un commissariato “vivo”, coinvolto nella lotta contro l’immigrazione clandestina, in prevalenza dall’est Europa, e contro la criminalità organizzata che questa comportava. Già a quell’epoca, però, questi episodi si erano notevolmente ridotti e l’apertura dell’Unione Europea all’ex-blocco sovietico li aveva praticamente azzerati. In realtà, penso che dicessero così solo per sollevarmi il morale.

In seguito, instaurata una certa confidenza, i colleghi cercavano di mostrarmi i lati positivi di un incarico del genere, dove si poteva e si riusciva a lavorare con una certa calma, lontani miliardi di chilometri dai ritmi frenetici della grande città.

Anche se non lo davano a intendere e si guardavano bene dal parlarmene apertamente, tutti conoscevano la mia storia, le vicissitudini, i motivi che mi avevano portato a questo incarico che ormai si sta per chiudere.

Nel commissariato di Riva del Garda, come credo in tutti i commissariati di frontiera, ad agire è per lo più la Polizia Doganale, sempre intenta in ispezioni a mezzi privati e commerciali che vanno e vengono dal confine svizzero o da quello austriaco. Il suo compito è quello di scoprire qualche losco traffico di armi o di droga o, molto più spesso, cogliere con le mani nel sacco quei furbetti che comprano lo smartphone all’ultimo grido o costosi orologi cercando di evadere le tasse.

Dei reati finanziari più gravi, le fughe di capitali all’estero e ultimamente, considerata la sanatoria legiferata dal governo in carica, del loro rientro, si occupa abitualmente la Guardia di Finanza, al di là del Parco dell’Adamello nella zona tra Livigno e Bormio, mentre la Polizia di Stato rimane spettatrice o, meno frequentemente, coordina personale a supporto delle operazioni delle “fiamme gialle”: niente di più che qualche pedinamento, appostamento o fermo cautelare.

Sono ancora leggermente annebbiata dai fumi dell’alcol che scorreva a fiumi alla festa di commiato che i colleghi mi hanno organizzato ieri sera.

Mentre cerco di riprendermi, mi torna alla mente l’unico caso degno di nota che ho affrontato in questi anni di esilio forzato; un caso che risale a due inverni fa e che ha visto il suo epilogo nel processo di primo grado, seguitissimo dalla stampa locale e dagli abitanti della zona, che si è concluso con la condanna a dieci anni ciascuno dei due imputati. Il terzo, suo malgrado, non ha avuto la fortuna di arrivare a giudizio.

Tutto cominciò una mattina molto diversa da quella odierna. Allora presi servizio presto, ma non rinunciai al mio rito, osservando dalla finestra un panorama completamente differente da quello che si è presentato stamane.

L’alba faceva capolino a est e illuminava di una luce rossastra il poco delle Dolomiti che si scorgono dall’appartamento. La foschia era bassa sul lago tanto da non permettere la vista dell’acqua, e il silenzio assoluto sarebbe stato interrotto più tardi solo dalle attività quotidiane del paese che, dall’autunno appena trascorso, si era svuotato dei turisti che l’affollano nei mesi caldi e non si era ancora riempito degli sciatori che transitano per trascorrere la settimana bianca nelle località più in voga delle Alpi trentine.

Le effimere, che oggi si adagiano sull’acqua e danzano elegantemente sulla superficie, quel giorno latitavano.

In ufficio la mattinata trascorse come tante, nella noia di coordinare un supporto alla Polizia Forestale, perennemente a corto di personale, impegnata a battere ruscelli e torrenti delle aree circostanti a salvaguardia del territorio. La missione degli agenti è impedire o segnalare possibili frane o esondazioni dei corsi d’acqua che, considerato il tempo e il clima poco clementi di queste zone, costituiscono il pericolo più tangibile, e allo stesso tempo meno evidente, a cui sono esposti turisti e residenti.

Durante l’ora di pranzo mi lasciai andare a un altro rito che mi accompagna da quando sono qui. Anche se non si tratta di un’abitudine quotidiana, appena è possibile raggiungo Limone sul Garda per pranzare in una locanda annessa a un agriturismo appena fuori paese, all’imbocco di uno dei tanti percorsi di trekking che attraversano i monti circostanti. La locanda, così come l’agriturismo, è gestita da due sorelle.

In effetti, se non si ha abbastanza confidenza con le proprietarie quel tanto da sedersi a un tavolo e lasciarsi raccontare la storia del locale, nessuno potrebbe immaginare il legame che unisce le due donne.

Una, la più grande, ha capelli corvini, due profondi occhi castani e il viso leggermente segnato dallo scorrere del tempo. Sempre vestita in modo sobrio, quasi austero, si occupa del servizio ai tavoli assicurandosi di soddisfare, con cortesia spiccia ma efficace, le richieste dei clienti.

L’altra, di qualche anno più giovane, lavora dietro il bancone del bar. Bionda come una normanna, allegra, spensierata e un po’ frivola; una chiacchierona impenitente appena si prende un minimo di confidenza con l’avventore di turno, cosa che normalmente capita dopo che è stato servito un buon bicchiere di rosso della casa.

Ogni tanto dalla cucina fa capolino la signora Ida, il vero motivo per cui vado alla locanda. È la madre delle due e ha alle spalle anni di esperienza dietro i fornelli: con i suoi piatti casalinghi e schietti della tradizione lacustre mi ha completamente conquistato.

Dopo essermi congedata dalle mie ospiti tornai in ufficio e trascorsi il pomeriggio a cercare di definire la relazione tra me e Carlo. Ancora oggi non ci riesco.

Tanti sono i termini che mi balenano nella mente, ma nessuno veste perfettamente il nostro rapporto che, a onore del vero, ormai sembra quasi agli sgoccioli.

Dopo il trasferimento, quando eravamo liberi da impegni, facevamo i salti mortali per vederci e trascorrere un po’ di tempo insieme; certo la distanza tra il Garda e Roma non è proibitiva, ma procurava più di una difficoltà.

Quando Carlo assunse l’incarico di corrispondente fisso da Milano, benché la distanza tra noi fosse diminuita, la relazione ne risentì, forse perché entrambi non siamo pronti per impegnarci in qualcosa di serio o perché il lavoro viene prima di tutto. Fatto sta che i nostri incontri cominciarono a scemare, e ora ci sentiamo poco e ci vediamo raramente; lui non cerca me e io non cerco lui se non per complimentarmi per qualche servizio passato in TV o per un buon articolo sul giornale.

Carlo è rimasto in prima linea nella mischia: forse, per me, questa è l’occasione buona per tornarci.

Era pomeriggio inoltrato e, al termine di un altro turno tedioso, scattò l’allerta per una presunta rapina in un supermercato.